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Marco Pagni Fontebuoni racconta il suo approccio d’infanzia nel mondo della pellicola cinematografica, l’aiuto per le proiezioni in sala, per diventare poi esperto in restauro e salvaguardia delle pellicole di ogni formato italiane e straniere nel mondo del cinema. Una appassionante narrazione che delinea come ancora oggi la pellicola e il suo uso oltre che offrire una alta qualità in termini di resa visiva, permette di ridurre l’impatto ambientale in modo chiaro, oltre che preservare i filmati per lungo tempo a venire.


In questa intervista, Marco Pagni Fontebuoni condivide la sua profonda esperienza nel restauro e nella conservazione del patrimonio cinematografico, spaziando dalle pellicole amatoriali a quelle professionali. Egli ripercorre la sua formazione atipica come tecnico, iniziata da proiezionista e proseguita con la manutenzione delle complesse macchine cinematografiche e audio. Pagni Fontebuoni enfatizza l’importanza del lavoro di squadra e della professionalità “nell’ombra” che garantiscono l’esperienza cinematografica al pubblico, sottolineando come la trasparenza tecnica sia cruciale. L’intervista tocca anche il ruolo sensoriale del laboratorio di restauro, con gli odori di pellicole e materiali, e l’importanza di condizioni ambientali specifiche per la conservazione dei film, evidenziando le sfide poste sia dai supporti fotochimici che da quelli digitali.


Il discorso principale ruota attorno al restauro e alla conservazione delle pellicole cinematografiche, sottolineando la loro importanza come documenti storici e antropologici che catturano aspetti della vita quotidiana e del territorio. L’intervista esplora le origini del cinema di strada e le pratiche di ripresa dell’epoca, mettendo in evidenza come queste pellicole, spesso conservate per caso, offrano una visione autentica di periodi passati. Viene anche discusso il progresso tecnologico delle pellicole, incluse le innovazioni italiane nel colore e la persistente rilevanza della pellicola in settori industriali e legali, dove la sua immodificabilità la rende insostituibile rispetto al digitale. Il discorso esplora l’evoluzione e la persistente rilevanza della pellicola cinematografica e fotografica, evidenziando il suo ruolo insostituibile come documento storico e antropologico. Viene sottolineato come la pellicola, a differenza del digitale, offra una testimonianza inalterabile e dettagliata del passato, permettendo di analizzare non solo gli eventi ma anche il contesto socio-culturale dell’epoca. Si descrive l’utilizzo storico di operatori cinematografici di strada per la promozione e la conservazione di scene di vita quotidiana, spesso non inscenate, che oggi costituiscono archivi di inestimabile valore. Infine, si evidenzia come la pellicola continui a essere essenziale in settori industriali e legali dove la modificabilità dei dati è inaccettabile, grazie alla sua intrinseca natura di prova fisica e immutabile.


Questo podcast esplora il valore duraturo della pellicola cinematografica nell’era digitale, evidenziando come, nonostante la popolarità dei media istantanei, il suo carattere tattile e unico continui a gratificare gli artisti. Si discute l’importanza della pellicola per l’archiviazione e la conservazione a lungo termine, sottolineando come istituzioni come la Library of Congress continuino a investire massicciamente in essa per la sua superiorità in termini di stabilità e costi rispetto ai supporti digitali. Viene anche esplorato il continuo sviluppo tecnologico della pellicola e la sua capacità di catturare la luce con una qualità visiva eccezionale, ribadendo che l’arte della fotografia e del cinema risiede nella manipolazione sapiente dell’illuminazione e della sensibilità del mezzo.


Raimondo Pacci e Marco Pagni Fontebuoni esplorano il mondo della pellicola analogica rispetto al cinema digitale, sottolineando come la professionalità e la profonda conoscenza degli strumenti superino la tecnologia avanzata. Viene enfatizzato che “i capolavori sono stati fatti con dei catafalchi che pesavano un quintale”, evidenziando come la creatività e l’abilità dell’operatore siano più cruciali del mezzo stesso. La conversazione tocca anche la difficoltà di mantenere le attrezzature analogiche in un’era dominata dal digitale, sottolineando l’importanza della manutenzione preventiva e della reperibilità dei ricambi. Infine, il dibattito si conclude con una riflessione sulla longevità e la tangibilità della pellicola, in contrasto con la rapida obsolescenza e i formati proprietari del digitale.


Il restauro della pellicola, le scuole di restauro e l’utilizzo attuale della pellicola nel mondo del lavoro poco conosciuto.

Raimondo Pacci, intervistando Marco Pagni Fontebuoni, esplora il mondo del cinema, concentrandosi sulla professionalità e sulla passione necessarie per l’arte cinematografica. Si discute ampiamente del restauro di pellicole, sottolineando la complessità e la manualità richieste per recuperare materiali deteriorati, spesso considerati irrecuperabili. Viene evidenziato il valore dell’esperienza pratica rispetto alla sola teoria nella docenza, con un’enfasi sul “rubare con gli occhi” il mestiere da chi ha anni di esperienza. Infine, l’episodio tocca la fattibilità di realizzare film in pellicola con budget contenuti, suggerendo un approccio più ponderato e meno sprecone nelle riprese, e sfata il mito che il digitale sia sempre più economico del girato su pellicola, soprattutto quando la produzione è ben organizzata.


Il montaggio della pellicola cinematografica, e gli effetti speciali. Dietro le quinte tecnico, di chi ci fa sognare da sempre di fronte al grande schermo.

Questo podcast, presentato da Raimondo Pacci, guida gli ascoltatori attraverso il mondo affascinante del montaggio e degli effetti speciali cinematografici analogici. L’episodio si concentra sulla moviola, uno strumento essenziale per la visione e la sincronizzazione della pellicola, e sulla stampatrice ottica, cruciale per la duplicazione di alta qualità dei negativi originali e la creazione di effetti visivi. Viene enfatizzato come queste macchine, benché manuali e “rumorose”, permettano un’incredibile creatività e precisione artigianale nel cinema, dalla correzione di errori di ripresa alla realizzazione di effetti complessi come le sovraimpressioni e i titoli animati, mettendo in luce l’abilità e la pazienza necessarie agli operatori del passato.


La lavorazione e l’impatto ambientale ecologico. E’ immaginabile un impatto tossico ambientale a zero? … Roba da cinema. Appunto!

In questo podcast, Raimondo Pacci esplora il mondo della produzione cinematografica analogica, concentrandosi sulla creazione di effetti speciali e sul delicato processo di sviluppo chimico delle pellicole. Viene descritto l’uso di una cinepresa multi formato per animazioni e l’ingegnosa tecnica di combinare immagini reali con animazioni disegnate, come nel caso di “Roger Rabbit”, attraverso complessi sistemi di proiezione e mascheratura ottica. Una parte significativa del podcast è dedicata alla “chimica ecologica” dello sviluppo filmico, evidenziando come i processi di laboratorio recuperino e rigenerino quasi tutti i materiali (argento, gelatina, acqua) per sostenibilità e coerenza del risultato. Il testo sottolinea anche la precisione estrema e la dedizione richieste a chi opera in questo campo, spesso lavorando quasi al buio e con materiali unici che non ammettono errori, enfatizzando che non si tratta di una questione di avarizia, ma di rigore metodologico per garantire l’eccellenza e la costanza del processo.


Ludovica Nicolai esperta restauratrice formatasi all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, racconta il suo lavoro sul restauro dei bronzi di Donatello presso il Museo Nazionale del Bargello di Firenze. Una dettagliata esposizione di aneddoti, pensieri e curiosità inediti che ci portano a conoscere più da vicino le opere stesse e la grandezza artistica di Donatello.


Questo audio propone un affascinante viaggio nel mondo dell’arte attraverso la lente del restauro, concentrandosi sul Museo Nazionale del Bargello a Firenze. L’intervista con Ludovica Nicolai, una restauratrice specializzata in opere in bronzo, rivela il suo percorso non convenzionale, dalla sua città natale Carrara alla scoperta del restauro, allora una disciplina nascente. Viene sottolineata l’importanza della Scuola di conservazione restauro presso i laboratori dell’Opificio delle Pietre Dure, che le ha permesso di specializzarsi nei metalli. Il dialogo si sposta poi all’interno della Sala di Donatello al Bargello, dove Nicolai ha restaurato capolavori come i David di Donatello e Verrocchio, enfatizzando come il suo lavoro coinvolga tutti e cinque i sensi per comprendere e preservare la superficie delle opere.


Il podcast esplora il restauro delle sculture bronzee del David di Verrocchio e del David di Donatello, situate nel Museo Nazionale del Bargello a Firenze, sottolineando le diverse tecniche di lavorazione e le sfide conservative. La restauratrice Ludovica Nicolai descrive come la superficie liscia e rifinita “da oreficeria” del David di Verrocchio abbia richiesto l’uso del bisturi, mentre quella ruvida e limata di Donatello abbia necessitato strumenti più delicati. Viene evidenziato il contrasto nelle tecniche di fusione e finitura tra i due artisti, con Verrocchio che mirava alla perfezione tecnica e Donatello che accettava imperfezioni per privilegiare l’impatto visivo e la rifrazione della luce in base alla collocazione originale delle opere. Infine, si discute di come la destinazione e la posizione influenzassero la creazione e il restauro delle sculture, come dimostrato dalle modifiche alla base e all’aggiunta della testa di Golia per il David di Verrocchio e la spada non originale.


Il brano esplora l’arte di Donatello attraverso la lente della restauratrice Ludovica Nicolai, evidenziandone l’avanguardia tecnologica e la sperimentazione. Si sofferma in particolare sulla statua del Davide, notando la sua sorprendente accuratezza anatomica nella raffigurazione della ferita di Golia, e sulla Crocifissione, un rilievo che dimostra l’uso innovativo di Donatello delle agemine per creare profondità e un effetto visivo simile alla pittura. La discussione poi si sposta sulle metodologie di restauro per le opere bronzee, enfatizzando come la conoscenza approfondita dell’opera, attraverso indagini scientifiche e storiche, sia fondamentale per la conservazione a lungo termine, prima di qualsiasi intervento di restauro.


Il testo esplora il mondo del restauro artistico attraverso la prospettiva di un’esperta, rivelando la profonda connessione tra il restauratore, l’opera d’arte e il pubblico. Si sottolinea come l’entusiasmo dei visitatori e la loro curiosità fungano da “iniezioni di ossigeno”, rinvigorendo il lavoro spesso lungo e complesso dei restauratori. L’autrice condivide esperienze personali, come l’interazione con uno scrittore americano e la commovente domanda di un bambino sulla “morte” della scultura, evidenziando la percezione diretta e incontaminata dell’arte. Il processo di restauro è descritto come un’attività che richiede ricerca preliminare approfondita, collaborazione con diverse professionalità e, soprattutto, una connessione quasi intima con l’opera, culminando nel delicato approccio al volto, considerato l’essenza della scultura. Infine, l’importanza di trasmettere agli studenti la consapevolezza e la razionalità nel lavoro di restauro, bilanciando il trasporto emotivo con l’approccio scientifico, viene messa in risalto.


Le competenze di tutti gli staff che si occupano dei residenti, nella RSA Martelli e casa Argia di Figline Incisa Valdarno. Un luogo nel quale molti di noi vorrebbero risiedere in tarda età. Una struttura che da anni svolge con i suoi operatori, attività di scambio internazionale globale finalizzato alla migliore assistenza e cure possibili in struttura. L’atteggiamento, il rispetto per tutti i pazienti e il loro impegno sono premiati dai familiari degli ospiti che ritengono determinante la loro influenza verso i propri cari. Un esempio di struttura assistenziale in Italia e non solo.


Il podcast di Raimondo Pacci, “Voci da tutti i sensi”, si propone di raccogliere storie significative per il benessere individuale e collettivo. In questo episodio, l’attenzione si concentra su Casa Martelli e Casa Argia, residenze sanitarie per anziani a Figline Valdarno, esplorando il “cuore” del lavoro svolto dai professionisti. Attraverso le testimonianze di una fisioterapista, operatori sociosanitari e un animatore, emerge l’importanza della cura personalizzata e della collaborazione interdisciplinare. Viene messo in risalto il ruolo cruciale degli operatori sociosanitari nell’assistere i residenti, interpretando sia i bisogni verbali che non verbali, e la necessità di imparare “sul campo” e condividere le esperienze. Un esempio lampante è l’efficacia della “bambola terapia”, una cura non farmacologica che, sebbene richieda un approccio “sartoriale” e una conoscenza approfondita dei protocolli, ha dimostrato di ridurre l’agitazione e migliorare il benessere degli anziani, specialmente quelli affetti da Alzheimer.


Il podcast di Raimondo Pacci, “Voci da tutti i sensi,” esplora il concetto di assistenza agli anziani all’interno di una Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA), specificamente Casa Martelli e Casa Argia. L’episodio presenta le prospettive di fisioterapisti, operatori socio-sanitari e animatori, i quali sottolineano l’importanza cruciale della personalizzazione dell’assistenza per gli anziani con diverse esigenze cognitive e motorie. Un tema centrale è la salvaguardia della continuità esistenziale dei residenti, trattandoli non come pazienti ma come individui la cui casa è la RSA, promuovendo la loro autonomia, la loro storia di vita e il loro diritto all’autorealizzazione, contrastando attivamente l’idea di “istituzionalizzazione” e di limitazioni. Il dialogo rivela un approccio innovativo e meno restrittivo rispetto ad altre strutture, sostenuto da una dirigenza illuminata, che permette agli anziani di vivere pienamente la propria vita.


Il podcast esplora l’approccio unico di una struttura di assistenza per anziani, Casa Martelli, che rifiuta la tradizionale visione di “casa di riposo” in favore di un modello incentrato sulla persona. Si evidenzia l’importanza di personalizzare l’assistenza, distinguendo tra residenti con diverse capacità cognitive e motorie, e offrendo attività che promuovono l’autonomia e la continuità esistenziale. La discussione sottolinea come la fiducia, la libertà (anche dall’uso di contenzioni) e la salvaguardia della storia di vita del residente siano fondamentali per un’assistenza di qualità, spesso in contrasto con pratiche più rigide osservate altrove, anche grazie a un confronto internazionale e una dirigenza illuminata. Il dialogo si conclude con una riflessione sul legame emotivo che si crea con i residenti, riconoscendo il dolore della perdita ma celebrando il ricordo gioioso e l’impatto duraturo che queste persone lasciano sullo staff.


Il podcast “Voci da tutti i sensi” di Raimondo Pacci si propone di dare voce a coloro che operano dietro le quinte in una casa di cura, mettendo in luce il loro cruciale contributo al benessere dei residenti. Lucia Cafaro, responsabile di cucina, descrive la gestione tradizionale dei pasti e l’adattamento alle diete specifiche, evidenziando la collaborazione con infermieri e dietisti, oltre all’importanza di preservare le tradizioni culinarie suggerite dagli anziani stessi. Camelia Calacian, infermiera, sottolinea la natura profonda del rapporto con i residenti, che a differenza dei pazienti ospedalieri vivono lì permanentemente, creando un legame di fiducia che va oltre l’aspetto clinico, specialmente nel reparto Alzheimer. Infine, Tolina Hoi, operatrice socio sanitaria, e Andrea Monteano, fisioterapista, condividono l’importanza dell’osservazione attenta, della fiducia e delle strategie creative (come la “doll therapy”) per offrire conforto e sicurezza agli anziani, anche quando le sfide legate all’età avanzata rendono difficile la comunicazione.


Il podcast di Raimondo Pacci, “Voci da tutti i sensi,” esplora l’approccio personalizzato e compassionevole adottato dalle strutture per anziani Casa Martelli e Casa Argia a Figline Incisa Valdarno. L’episodio sottolinea come ogni operatore, dall’infermiera alla pulizia, dalla cucina all’assistenza sociosanitaria, adatti le proprie competenze e interventi alle esigenze individuali e al vissuto di ciascun residente. Viene evidenziato l’importanza di attività come la balloterapia e l’ortoterapia per stimolare la memoria e le capacità motorie, soprattutto in pazienti con demenza, e come la cura non si limiti all’aspetto fisico ma abbracci anche il benessere emotivo e la dignità della persona. La testimonianza rivela un legame profondo e quasi familiare tra il personale e gli anziani, nato da dedizione e passione, che va oltre il semplice servizio assistenziale, trasformando la casa di riposo in un ambiente dove la cura è sinonimo di relazione umana e rispetto.


Il podcast di Raimondo Pacci, “Storie da tutti i sensi”, si conclude con un episodio ambientato nella RSA Martelli e Casa Argia a Figline Valdarno. L’obiettivo è esplorare le vite e le esperienze del personale, mettendo in luce l’importanza del rispetto e della collaborazione tra colleghi, indipendentemente dal loro ruolo. Durante l’emergenza sanitaria, il personale ha dimostrato incredibile dedizione e resilienza, lavorando senza sosta per garantire il benessere degli anziani, arrivando a non voler far mancare il dolce ai pazienti nemmeno durante i momenti più difficili. Nonostante le sfide, emerge un forte desiderio di innovazione e crescita, come dimostrano i nuovi progetti per migliorare l’assistenza medica all’interno della struttura, permettendo ai residenti di non doversi più spostare per le cure.


Fin da piccolo Luca Rafanelli gioca per strada come tanti bambini negli anni 70 in Oltrarno nel quartiere di Santo Spirito a Firenze. E’ qui che per gioco ma seriamente, passa il tempo curiosando fra le botteghe, perché non vuole solo osservare i grandi al lavoro, vuole fare! In questo quartiere si era bambini ma velocemente si poteva aspirare da subito a diventare valenti uomini di commercio e artigianato, grazie alla trasmissione tecnica e culturale spontanea che le botteghe comunicavano. Oggi, ne troviamo meno ma ancora tanti al lavoro nei loro pregiati studi di arte e restauro.


L’infanzia, il quartiere artigiano e la voglia di “giocare come i grandi” nella bottega del falegname.

Il podcast di Raimondo Pacci, “Voci da tutti i sensi”, esplora la ricca tradizione artigianale di Firenze, un elemento che ha plasmato l’identità produttiva e sociale della città fin dal Medioevo. L’episodio si concentra sulla storia di Luca Rafanelli, nato in un quartiere semi-centrale dove le botteghe erano il fulcro della vita quotidiana. Luca racconta come la sua curiosità e il desiderio di sentirsi utile lo abbiano spinto fin da bambino ad apprendere il mestiere di falegname, lavorando a fianco degli artigiani di strada. La sua formazione, atipica ma profonda, è stata arricchita da un diploma tecnico che gli ha fornito competenze di disegno fondamentali, permettendogli di passare rapidamente dalle basi alle macchine utensili. Successivamente, per ragioni economiche, si è dedicato al restauro, un campo in cui ha avuto la fortuna di lavorare in un laboratorio con diverse specializzazioni, approfondendo la sua conoscenza del mobile antico.


Gli studi superiori e l’attrazione dei materiali da costruzione delle opere d’arte.

Il podcast di Raimondo Pacci esplora il mondo dell’artigianato e del restauro, sottolineando come la percezione e la pratica di queste professioni siano cambiate nel tempo. Viene evidenziato il ruolo storico delle corporazioni, con un aneddoto su Brunelleschi che ne dimostra l’antica importanza, contrastando l’attuale scarsa tutela percepita dagli artigiani. Luca Rafanelli introduce il tema del restauro, spiegando l’evoluzione da semplici riparazioni casalinghe a una professione specializzata emersa nel dopoguerra. Il testo critica duramente l’approccio “borghese” degli anni ’60-’80, che spesso portava a restauri invasivi e dannosi, volti a rendere i mobili “come nuovi” eliminandone la patina storica. In contrapposizione, l’intervistato sostiene un approccio conservativo che rispetti la storia e il vissuto dell’oggetto, eseguendo solo interventi necessari e strutturali, e sottolinea come la specializzazione degli artigiani fosse un tempo essenziale, a differenza della successiva tendenza a figure più generaliste.


Lo spirito di ricerca che spazia dai mobile e arredi fino alla passione per i pittori e la propria visione del colore.

Il podcast di Raimondo Pacci, “Voci da tutti i sensi,” presenta Luca Rafanelli, un artigiano fiorentino la cui manualità si è espansa dalla scultura e dagli arredi alla pittura, osservata e amata fin da bambino. Rafanelli sottolinea l’importanza cruciale del viaggio e dell’esplorazione continua per un artigiano e restauratore, dove ogni esperienza, anche durante una vacanza, si trasforma in un’opportunità di apprendimento e scoperta di nuove forme, colori e tecniche. Nonostante abbia iniziato la sua carriera accettando ogni tipo di lavoro, ora si concentra su ciò che lo appassiona, evidenziando come la scultura, se affrontata prima, avrebbe potuto affinare ulteriormente la sua percezione e il suo pensiero creativo in tutti i campi del suo mestiere.


La didattica e la formazione personale che guida il proprio modo di trasmettere la sensibilità agli allievi, dei propri sensi e del proprio capire l’opera da restaurare che si ha davanti a sé.

Il podcast presenta Raimondo Pacci che intervista Luca Rafanelli, un artigiano fiorentino specializzato nel restauro, per esplorare la sua filosofia sull’apprendimento e l’efficacia nel lavoro artigianale. Rafanelli sottolinea l’importanza di sviluppare ingegno e applicazione per raggiungere l’appagamento, concentrandosi sull’efficacia nell’uso degli strumenti e sulla padronanza del proprio cervello per affrontare la complessità del restauro. Egli insiste sulla necessità di una totale immersione e attenzione costante nel lavoro, paragonando il processo creativo alla cucina, entrambi richiedono una consequenzialità nel pensiero e nell’azione. Nonostante la sua severità nell’insegnamento, Rafanelli riconosce che il vero apprendimento deriva dalla capacità individuale di trovare il proprio metodo più armonico ed efficiente, più che dalla mera trasmissione di conoscenze. La sua natura auto-critica e la ricerca costante della perfezione lo portano a non accontentarsi mai pienamente del risultato finale, pur provando una breve soddisfazione quando il lavoro è ben fatto.


Il sogno dei sogni: amare il proprio lavoro, infondendo i propri valori etici di bontà e bellezza.

Il podcast presenta una conversazione con Luca Rafanelli, che incarna la libertà artistica e l’importanza di commerciare la propria arte senza conformarsi alle mode. Egli sostiene la vendita di ciò che autenticamente piace all’artista, credendo che la passione si traduca in un’opera apprezzata anche dal pubblico. La discussione tocca vari aspetti del mestiere d’artigiano, inclusa la soddisfazione di restaurare e valorizzare oggetti antichi, come una statua rinascimentale, e la pratica personale di dipingere alberi per affinare la tecnica. Viene anche esplorata la collaborazione tra artigiani come fonte di supporto e conoscenza, contrapponendosi alla gelosia dei segreti del mestiere, sebbene ammettendo che alcune tradizioni, come quelle dei laccatori, mantengano ancora una certa riservatezza.


Durante gli anni 50 in Italia si viveva anche il fermento di numerose attività lavorative, grazie alle quali il Paese si è sforzato per lasciare la tragedia della guerra dietro di sé. In Toscana, vicino a Firenze, Pier Giuseppe Cacialli, un giovane di provincia accetta la sua prima sfida professionale senza le competenze adeguate se non un grande coraggio che lo porterà a diventare direttore generale della Banca di Cambiano, dimostrando come siano le persone che costruiscono la storia, tramite la volontà e l’impegno personale. Un racconto toccante pregno di umanità e rispetto verso coloro che in quegli anni andavano a bussare per chiedere finanziamenti ai loro progetti.


Un ragazzo di provincia come tanti, la disponibilità a lavorare con sfida, la serietà professionale rara per la sua età, una chiarissima visione sul futuro economico, ancora inimmaginabili per gli istituti bancari dell’epoca.

Il podcast introduce la storia di Pier Giuseppe Cacialli, un giovane banchiere la cui vita professionale è iniziata in un contesto di scelte difficili tra istruzione pratica e accademica, culminate nella sua decisione di intraprendere la ragioneria per un accesso più rapido al mondo del lavoro bancario. Egli racconta le sue prime esperienze precarie come sostituto e l’arduo compito di risanare una piccola banca a Cambiano, una frazione vicino a Firenze e Siena, trovandosi di fronte a sfide come l’inesperienza e la mancanza di supporto formale, persino durante le ispezioni della Banca d’Italia. La narrazione enfatizza la sua determinazione nel mettere ordine nei conti di una banca trascurata, ponendo le basi per il suo successo futuro, che sarà approfondito negli episodi successivi.


La complessità del momento economico, le ambiziose prospettive di sviluppo sul territorio, e la grande capacità di fare squadra con i clienti stessi, verso lo sviluppo di tutti.

Il podcast presenta l’esperienza di Pier Giuseppe Cacialli, un giovane impiegato bancario che negli anni ’60 si assume la responsabilità di rivitalizzare una piccola banca a Cambiano. In un ambiente isolato e con risorse limitate, Cacialli si distingue per la sua proattività e generosità, riorganizzando la banca e instaurando un rapporto di fiducia con la clientela, soprattutto agricola, basato su chiarezza e collaborazione. Nonostante la mancanza di supporto formale dalla Banca d’Italia, egli prende iniziative audaci, come l’apertura non autorizzata di una filiale a Castelfiorentino durante l’alluvione del ’66, per espandere i servizi e rispondere alle esigenze di credito locali. La sua capacità di risolvere problemi in modo innovativo e di assumersi rischi calcolati, unita alla sua visione di crescita, trasforma la banca, dimostrando che la leadership pratica e la dedizione possono superare le sfide burocratiche e logistiche.


La crescita voluta, la direzione verso il commercio estero, l’eccellenza e schiettezza nei rapporti con Banca d’Italia. Un’ascesa qualitativa, e l’orgoglio dei dipendenti.

Pier Giuseppe Cacialli, ex direttore della Banca di Cambiano, presenta un resoconto di questo Istituto, sottolineandone la crescita e lo sviluppo grazie a un nuovo direttore generale. La banca si distingue per la sua profonda conoscenza dei clienti, spesso agricoltori o artigiani, e per la capacità di valutare l’affidabilità basandosi sul rapporto diretto e sulla fiducia, piuttosto che su rigide garanzie formali. Questa approccio orientato alle persone permetteva decisioni rapide sui finanziamenti, anche in situazioni difficili come quella post-alluvione, distinguendola da altre banche più burocratiche. La forza dell’istituto risiedeva nel parlare la lingua della gente e nel supportare chi aveva la voglia di fare, contribuendo significativamente alla ripresa e all’espansione economica del territorio circostante.


Dopo decine di anni di sviluppo dell’istituto bancario, con nuovi vertici inseriti, inizia il declino qualitativo e l’inevitabile uscita personale dal ruolo di dirigenza.

In questo podcast, Raimondo Pacci intervista il Dott. Pier Giuseppe Cacialli, che ha giocato un ruolo cruciale nello sviluppo della Banca di Cambiano. L’episodio sottolinea come la banca si sia espansa territorialmente, creando valore economico per famiglie e imprese, nonostante le sfide legate alla gestione del personale e alla burocrazia. Viene evidenziata l’importanza di un direttore di banca intelligente e coscienzioso che sappia guidare i clienti, spesso in momenti di vulnerabilità economica. Si discute anche del ruolo pionieristico della Banca di Cambiano nelle operazioni con l’estero e nell’offerta di servizi assicurativi, dimostrando coraggio e innovazione. Infine, l’intervista celebra la visione umana che ha contraddistinto l’attività di Cacialli, incoraggiando i futuri direttori a mantenere un approccio basato sulla fiducia e sull’aiuto reciproco.


La radionica riguarda numerose attività legate a frequenze che vengono prodotte da corpi e oggetti. La sua applicazione può decisamente migliorare aspetti ambientali senza danneggiare nessuna forma di vita. Mia Poggiali ci racconta la sua esperienza come operatrice olistica.


Le origini della radionica e la sua applicazione in ambito naturale.

Il podcast “Voci da tutti i sensi” presenta un’intervista con Mia Poggiali, un’operatrice olistica che approfondisce la radionica. Viene spiegato che la radionica è una disciplina non riconosciuta dallo stato italiano, che utilizza simboli, serie numeriche, e forme geometriche per riequilibrare l’energia circostante. La radionica si applica a una vasta gamma di situazioni, dalla salute umana al benessere della natura, e agisce attraverso frequenze o onde di forma. Mia Poggiali racconta la sua esperienza personale con la radionica, che l’ha portata a studiare e applicare questa pratica per l’equilibrio tra uomo e natura, in particolare per allontanare gli insetti piuttosto che ucciderli. La discussione esplora anche come la radionica grafica e vibrazionale si sia sviluppata in Europa e negli Stati Uniti, evidenziando il ruolo della volontà dell’operatore e della ricettività dell’ambiente nell’efficacia del trattamento.


Aspetti della radionica che permettono una migliore vivibilità ambientale senza tecnologie particolari.

In questo podcast, Raimondo Pacci intervista Mia Poggiali, un’operatrice olistica, per esplorare il mondo della radionica. La discussione verte principalmente sull’applicazione di dispositivi radionici per il riequilibrio energetico e la protezione, anziché per l’eliminazione o il danneggiamento. Viene enfatizzato come questi circuiti possano allontanare specie indesiderate da colture o aree specifiche, come uccelli dagli alberi da frutto o mosche dagli ulivi, e persino fermare la progressione di malattie nelle piante come la Xylella. Si sottolinea che l’efficacia di questi dispositivi dipende dalla specificità della programmazione e dall’etica dell’operatore, poiché non possono essere usati per scopi dannosi o egoistici. Inoltre, si discute della durata e della manutenzione dei circuiti, notando che materiali come il plexiglas sono preferibili alla carta per la loro resistenza e capacità di mantenere un’emissione costante di “onde di forma”.


L’influenza della radionica nella natura e nella vita di animali.

Il podcast presenta una discussione sulla radionica con l’operatrice olistica Mia Poggiali, evidenziando come la sensibilità e l’intuito dell’operatore siano cruciali nella creazione di dispositivi radionici efficaci. Questi strumenti, pur non essendo farmaci né sostituti della medicina tradizionale, mirano a migliorare il benessere, ad esempio creando “bolle energetiche” per schermare dalle onde elettromagnetiche e favorendo un sonno migliore o il ricordo dei sogni. L’efficacia di tali dispositivi è influenzata da fattori esterni come tempeste solari o eclissi, che possono renderli temporaneamente inefficaci, ma soprattutto dalla predisposizione e consapevolezza dell’operatore. La radionica si basa sull’idea che tutto sia interconnesso a livello energetico, sottolineando l’importanza della mente e delle sue intenzioni nel plasmare la realtà e il benessere individuale.


Un bambino nato nel 1930, a 10 anni non poteva immaginare quale sarebbe stato il suo futuro, e la guerra vissuta sulla pelle in adolescenza non aiutava certamente chiarirsi le idee o i sogni. In queste circostanze tuttavia, Romano Pacci inizia il percorso di attrazione e scoperta degli oggetti e di ciò che li animano, fino a diventare da adulto un eccellente chimico e successivamente restauratore di strumenti scientifici antichi e non solo.


Il podcast presenta un’intervista con Romano Pacci, un uomo di 96 anni con una memoria precisa e una passione per il lavoro artigianale che lo ha portato al restauro. Romano racconta come la sua infanzia creativa durante la Seconda Guerra Mondiale, in particolare la costruzione di modellini navali per affrontare la noia e il terrore della guerra, abbia plasmato il suo futuro inaspettato. Spiega che i suoi primi modelli erano ispirati a un unico libro disponibile, e la sua abilità e passione per la costruzione di modellini di navi da guerra, originariamente a fini di gioco, si è evoluta in un’attività duratura. Durante l’intervista, scopre in Inghilterra l’esistenza di modelli simili prodotti per l’addestramento militare, che lo ispirano ulteriormente e lo aiutano a risolvere problemi nei suoi stessi progetti, evidenziando come una passione nata dal gioco possa diventare un’occupazione per tutta la vita.


Il podcast presenta Romano Pacci, che esplora il profondo legame tra l’attività manuale e il benessere personale, illustrando come il toccare, smontare e riparare oggetti fin dall’infanzia forgi un approccio concreto alla vita. Pacci narra il suo percorso, da hobbista autodidatta nel riparare oggetti antichi a esperto restauratore, evidenziando la soddisfazione che deriva dal risolvere problemi pratici. Il discorso si focalizza anche sull’etica del restauro, distinguendo tra la necessità di preservare l’originale e la trasparenza nel dichiarare le parti ricostruite, soprattutto in contesti museali o commerciali, sottolineando l’importanza della fedeltà storica e funzionale.


Il Dottor Romano Pacci, un esperto restauratore, rievoca gli anni ’70, un’epoca in cui la ricerca di informazioni nel campo dell’antiquariato e del restauro era estremamente ardua, limitata a libri cartacei, cataloghi d’asta e appunti manuali presi nei musei, in netto contrasto con l’abbondanza gratuita di risorse odierne grazie a Internet. Sottolinea come la sua crescita professionale sia stata alimentata dalle sfide poste dai singoli oggetti, piuttosto che dalla collaborazione con colleghi, dato che all’epoca mancava una vera e propria comunità di restauratori in molti settori, specialmente in Italia per certi tipi di oggetti. Il racconto culmina con l’esempio di un “Beauty Case” russo di inestimabile valore, la cui vera origine fu scoperta solo dopo anni di paziente ricerca e intuito, rivelando che apparteneva alla moglie dello Zar Nicola II, un’attribuzione che ne moltiplicò esponenzialmente il valore e l’importanza. Questo aneddoto enfatizza l’importanza della perseveranza e della ricerca autodidatta nel campo del restauro, dove spesso l’informazione cruciale si trova solo attraverso un’ostinata indagine personale e un “sesto senso” per l’oggetto.


In questo estratto, Romano Pacci, un restauratore e antiquario, condivide le sue esperienze e riflessioni sul mondo dell’antiquariato, evidenziando l’evoluzione del mercato e le sfide professionali. Si discute come la sua laurea in chimica sia stata utile nella scelta e nel trattamento degli oggetti antichi, piuttosto che in un’applicazione diretta. Il testo narra anche episodi significativi, come il blocco di un filatoio inglese da parte delle Belle Arti, sottolineando le complessità normative e la rilevanza culturale degli oggetti. Infine, Pacci descrive il cambiamento del pubblico di acquirenti e la transizione dal mercato dell’antiquariato a quello del modernariato, che lo ha portato a cessare l’attività.


Il brano presenta Romano Pacci, un ciclista universitario che trova piacere nel restauro e nell’assemblaggio di biciclette d’epoca, sottolineando come la passione per un’attività possa dare stimoli e prolungare la voglia di vivere. Pacci descrive la sua meticolosa ricerca di telai e accessori per ricostruire biciclette, praticando questa passione fino a tarda età. La sua esperienza si estende anche al restauro di orologi e all’antiquariato, attività in cui la soddisfazione di completare un lavoro è fondamentale. Egli evidenzia l’impossibilità di essere contemporaneamente un venditore e un collezionista, preferendo dedicarsi interamente alla vendita per evitare attaccamenti personali agli oggetti. Il suo desiderio è di trasmettere questa conoscenza e abilità, auspicando nuove opportunità per mettere a frutto la sua esperienza nel restauro.


Il linguaggio, la scoperta, le emozioni che emergono da dentro quando si scopre un vulcano interiore che fa emergere pensiere ed emozioni. Giovanni Trani si racconta così.


La prima formazione scolastica che incide nell’aiuto di rivelare il proprio sentire interiore, grazie al contributo di insegnanti capaci di incoraggiare lo sviluppo vulcanico giovanile.

Il podcast “Voci da tutti i sensi” esplora la natura e il significato della poesia attraverso la conversazione tra Raimondo Pacci e il poeta Giovanni Trani. Trani descrive la poesia come la “materializzazione di un vulcanismo interiore”, una necessità di trasformare un’energia astratta in parole concrete, un processo non razionale ma dettato da una “necessità, un’energia”. Egli spiega come il linguaggio inusuale della poesia, in particolare quello ermetico, “smantella tutto il linguaggio” convenzionale, creando un’esperienza linguistica nuova e un “pluralismo di significati” che attiva scenari potenti. La lettura orale, specialmente se interpretata con emozione, aggiunge un’ulteriore dimensione e mediazione emotiva alla poesia, rendendola più efficace. Infine, per il poeta, l’atto di comporre è una “sensazione di liberazione”, un tentativo di dare espressione a quel “magma” interiore, sebbene riconosca l’“inadempienza” delle parole nel descrivere pienamente l’ignoto e l’indicibile.


L’ispirazione naturale, il magma vulcanico che deve rivelarsi per dare vita al pensiero raffinato del proprio sentire.

Il podcast di Raimondo Pacci, “Voci da tutti i sensi,” esplora il mondo della poesia con Giovanni Trani, focalizzandosi sull’ispirazione e il processo creativo. L’episodio sottolinea l’importanza di insegnanti ispiratori nel coltivare la creatività e distingue la poesia autentica, nata da sensazioni profonde, dalla composizione forzata, che l’autore considera meno valida. Viene evidenziato come la poesia sia un mezzo per liberare stati interiori e come i “maestri” moderni come Ungaretti e Quasimodo siano apprezzati per la loro capacità di esprimere vasta complessità con poche parole, superando i limiti del linguaggio. Infine, il discorso esplora l’idea che la poesia, come altre arti, offre un approccio alternativo alla vita, invitando a percepire la “misticità” oltre la razionalità e a connettersi emotivamente con le sensazioni del poeta.


Angelo Ferracciolo di Sarzana (SP), costruisce la sua professione di restauratore attraverso una profonda ricerca personale dei valori e significati che legano con profonde relazioni, le persone e gli oggetti che li circondano. I suoi sensi lo portano ad affinare tecniche di conservazione e salvaguardia che ancora oggi dimostrano il buonsenso e l’etica di un’arte tutt’altro che scontata. L’evoluzione del suo pensiero in tarda età, lo porta a dedicare il suo tempo ad una ricerca di valori etici anche con le persone intorno a lui, offrendo un esempio nella comunità.


L’inizio nel mondo dell’arte e del restauro. Un percorso da autodidatta che porterà lontano.

Il podcast di Raimondo Pacci, “Voci da tutti i sensi,” esplora come gli oggetti materiali e le idee subiscano inevitabilmente una trasformazione nel tempo, enfatizzando il ruolo del restauro nella loro conservazione. L’antiquario Angelo Ferracciolo, ospite dell’episodio, racconta la sua esperienza negli anni ’80, distinguendosi dai restauratori che miravano a rendere i pezzi “come nuovi.” Invece, Ferracciolo prediligeva un approccio che mantenesse il “sapore” dell’antico, valorizzando l’usura e le tracce d’uso che raccontano la storia di un oggetto e la vita quotidiana delle persone comuni. Egli sceglieva gli oggetti basandosi sull’armonia delle forme e, in modo insolito, sull’olfatto, considerando l’odore un senso fondamentale per connettersi con l’essenza dell’antico, pur riconoscendo che, da un punto di vista storico-culturale, è cruciale preservare ogni reperto, indipendentemente dal suo stato, per le future generazioni.


Raimondo Pacci, videomaker e conduttore del podcast “Voci da tutti i sensi”, si dedica alla ricerca di storie personali che offrano spunti di benessere. La profonda passione di angelo Ferracciolo per la storia, ereditata dal padre, lo ha spinto a viaggiare in tutta Europa e in Giappone come antiquario, acquisendo oggetti che rivelano le diverse culture e l’evoluzione del gusto nel tempo e nello spazio. Spiega come il valore di un oggetto non sia fisso, ma vari in base al contesto geografico e alle mode, come dimostrato dai mobili neogotici venduti in Sicilia o dagli oggetti Liberty ricercati a Londra. Ferracciolo, sebbene autodidatta nel restauro, ha sviluppato una profonda connessione emotiva con gli oggetti danneggiati, scegliendo di restaurarli non solo per il loro valore intrinseco, ma per l’ingegno e la storia che rappresentano, privilegiando il legno e la pietra, materiali che gli evocano un senso di infinito e stabilità.


L’evoluzione del pensiero, l’etica e i valori umani.

Il podcast presenta l’esperienza di un restauratore autodidatta, Angelo Ferracciolo, che ha sviluppato una profonda capacità di analisi e intervento sui materiali, creando tecniche uniche non reperibili nei libri. La sua metodologia si basava sulla sperimentazione pratica e sulla conservazione dell’autenticità degli oggetti, cercando di prolungarne la vita e il “sapore originale” senza snaturarli con interventi troppo invasivi o “falsi.” Questa passione per la cura e la salvaguardia si è poi estesa alla conservazione del proprio corpo in età avanzata, dimostrando un approccio olistico alla vita incentrato sul rispetto e la manutenzione di ciò che esiste, sia esso un mobile antico o il proprio benessere fisico.


La danza tradizionale egiziana portata in Italia negli anni 80 da Anna Rimbotti, esprime ritmi, cultura e conoscenza dell’area mediterranea con le sue numerose contaminazioni. Un racconto di chi queste danze popolari e di corte, le ha danzate, ha visitato numerose volte i luoghi di origine e si occupa ancora oggi della sua diffusione culturale.


Il podcast di Raimondo Pacci, “Voci da tutti i sensi”, ospita Anna Rimbotti, Luca Ullrich e Maria Letizia Compagnone per esplorare le radici e le evoluzioni della danza tradizionale egiziana. Anna Rimbotti, auto definita la “nonna” di questa arte a Firenze, narra il suo percorso dalla danza del ventre all’approfondimento delle vere radici della danza egiziana, inclusi gli stili tradizionale, di corte e “jazz”, evidenziando come la musica colta egiziana sia una fusione di influenze persiane, turche e africane. La conversazione si estende alle origini dei movimenti danzanti, partendo dall’India e passando per la Mesopotamia, con riferimenti alle danze sacerdotali e la loro evoluzione fino al flamenco, sottolineando la continuità delle posture antiche documentate nelle tombe egizie e l’uso di strumenti primitivi. Viene inoltre evidenziata la natura popolare e cerimoniale della danza, con un invito finale alla ricerca personale delle sue rappresentazioni storiche.


Il podcast di Raimondo Pacci, “Voci da tutti i sensi,” esplora come la danza, specialmente quella tradizionale egiziana, sia profondamente radicata nel tessuto culturale di ogni paese, fungendo da mezzo per comunicare emozioni in diverse occasioni. Gli ospiti, Anna Rimbotti, Luca Ulrich e Maria Letizia Compagnone, condividono le loro esperienze dirette, sottolineando l’importanza del viaggio e del contatto dal vivo con musicisti e danzatori per comprendere autenticamente questa forma d’arte. Emerge che la danza maschile egiziana, nota come Saidi, include una forma di lotta stilizzata con il bastone, che richiede disciplina e conoscenza tecnica. Viene sollevata una preoccupazione riguardo alla volgarizzazione e al declino qualitativo della danza del ventre nel corso degli anni, sottolineando l’importanza cruciale dello studio e della ricerca delle origini per preservare l’autenticità e permettere una vera innovazione artistica, evitando che la danza diventi una “insalata” senza significato.


Il podcast di Raimondo Pacci, “Voci da tutti i sensi”, esplora la danza tradizionale egiziana, distinguendola dal “ballo” occidentale come forma di espressione individuale e improvvisazione strutturata. La discussione approfondisce le origini sacre e il ruolo educativo di questa danza, risalenti a prima dell’Islam, e come si sia evoluta fino ad oggi, spesso praticata dalle donne in contesti familiari. Viene sottolineata la libertà interpretativa all’interno di un quadro tecnico rigoroso, paragonabile al jazz, e l’importanza della passione e dell’amore per l’insegnamento, soprattutto per donne mature che si avvicinano a questa disciplina per riscoprire se stesse, al di là di qualsiasi età o forma fisica predefinita.


Il podcast di Raimondo Pacci esplora il mondo della danza tradizionale egiziana, sottolineando l’importanza cruciale della musica dal vivo nell’esaltare l’espressività e l’armonia, un elemento che le basi musicali pre-registrate non riescono a eguagliare. Tuttavia, si evidenzia la difficoltà nel trovare musicisti qualificati in Occidente, specialmente percussionisti con una profonda conoscenza dei ritmi egiziani, portando spesso gli artisti a dover rinunciare a questa dimensione vitale. Viene descritta la dinamica unica tra danzatrice e musicista, dove la danzatrice è il direttore che guida il ritmo e le pause, un concetto che ha portato anche a memorabili “gaffe” durante le esibizioni dal vivo. Infine, si sottolinea la missione di restaurare e rivisitare l’antica danza egizia, offrendo al pubblico un’esperienza autentica e spesso commovente, e si menzionano le poche scuole esistenti a livello internazionale che si dedicano a questa forma d’arte.


Il podcast di Raimondo Pacci, “Voci da tutti i sensi,” esplora storie personali con un focus sull’importanza del viaggio e dell’esperienza diretta nell’acquisizione della conoscenza, in contrasto con l’immediatezza digitale. L’intervista a Maria Letizia e Anna Rimbotti rivela la loro profonda passione per la danza egiziana e la musica, sottolineando il desiderio di esplorare culture diverse attraverso queste forme d’arte, in particolare imparando strumenti come la darabuka e il daf. Emerge il valore dell’interazione con il pubblico, con momenti toccanti che dimostrano il potere della danza di creare connessioni emotive profonde, come le esibizioni nelle carceri o l’insegnamento a persone non vedenti, dove l’energia e l’emozione erano palpabili. Infine, viene evidenziata la vocazione all’insegnamento, motivata dall’amore per la danza e dal desiderio di trasmettere agli altri la gioia e la rinascita personale che questa arte può offrire.


Il podcast di Raimondo Pacci, “Voci da tutti i sensi”, si apre con il racconto del suo viaggio alla scoperta di storie uniche. La prima puntata si concentra sui tappeti annodati, rivelando che i reperti più antichi indicano una qualità straordinaria, con centinaia di migliaia di nodi per metro quadro, un’abilità inattesa per l’epoca. A causa della natura organica dei materiali, i ritrovamenti sono rari, rendendo ogni pezzo, anche frammentato, storicamente significativo. Per comprendere lo stile di vita delle popolazioni nomadi del Medio Oriente, Pacci visita Paolo Lazzerini, uno dei rari laboratori di restauro di tappeti a Firenze, dove si valuta l’epoca, il tipo di annodatura e la convenienza del restauro. Il processo di restauro è meticoloso, mirato a conservare, preservare o recuperare l’oggetto, impiegando tecniche come la tintura con coloranti naturali e l’annodatura a mano, adattando l’intervento al valore storico e alla condizione del tappeto. Si esplora la distinzione tra tappeti nomadi e di corte, evidenziando come questi ultimi fossero capolavori commissionati e talvolta firmati, con una finezza e complessità di disegni floreali che richiedevano anni di lavoro. I tappeti nomadi, invece, riflettevano la vita quotidiana e venivano realizzati con materiali locali, inclusa la lana lucente delle pecore allevate durante la transumanza, usata non solo per i tappeti ma anche per gli indumenti e l’arredo delle tende.


Il podcast di Raimondo Pacci, “Voci da tutti i sensi”, si apre con il racconto del suo viaggio alla scoperta di storie uniche. La prima puntata si concentra sui tappeti annodati, rivelando che i reperti più antichi indicano una qualità straordinaria, con centinaia di migliaia di nodi per metro quadro, un’abilità inattesa per l’epoca. A causa della natura organica dei materiali, i ritrovamenti sono rari, rendendo ogni pezzo, anche frammentato, storicamente significativo. Per comprendere lo stile di vita delle popolazioni nomadi del Medio Oriente, Pacci visita Paolo Lazzerini, uno dei rari laboratori di restauro di tappeti a Firenze, dove si valuta l’epoca, il tipo di annodatura e la convenienza del restauro. Il processo di restauro è meticoloso, mirato a conservare, preservare o recuperare l’oggetto, impiegando tecniche come la tintura con coloranti naturali e l’annodatura a mano, adattando l’intervento al valore storico e alla condizione del tappeto. Si esplora la distinzione tra tappeti nomadi e di corte, evidenziando come questi ultimi fossero capolavori commissionati e talvolta firmati, con una finezza e complessità di disegni floreali che richiedevano anni di lavoro. I tappeti nomadi, invece, riflettevano la vita quotidiana e venivano realizzati con materiali locali, inclusa la lana lucente delle pecore allevate durante la transumanza, usata non solo per i tappeti ma anche per gli indumenti e l’arredo delle tende.


La complessità delle condizioni di ritrovamento che il restauratore deve affrontare prima di ogni intervento: salvaguardia, conservazione o restauro del manufatto, per mantenere al meglio la sua preziosa sopravvivenza culturale.


Questo podcast, condotto da Raimondo Pacci, esplora la complessità del restauro di tappeti antichi e arazzi, evidenziando le sfide e le competenze richieste in un mestiere che coniuga arte e artigianato. Vengono discussi gli aspetti tecnici, come la ricostruzione meticolosa di migliaia di nodi e la delicata arte della tintura e miscelazione dei filati per replicare colori antichi, spesso con variazioni impercettibili ogni pochi centimetri. Il dialogo sottolinea anche le difficoltà pratiche, come la stanchezza fisica e mentale degli artigiani, e le sfide commerciali, in particolare la difficoltà di stimare preventivi precisi per restauri complessi che richiedono un approccio “a stato avanzamento lavori”. Infine, vengono forniti consigli pratici per la conservazione dei tappeti e si racconta il profondo senso di gioia e soddisfazione che deriva dal riportare in vita questi preziosi manufatti storici.

Come il cinema muto del 1920

Come il cinema muto del 1920

 

A Settignano, splendida collina alla periferia di Firenze, ho avuto occasione di girare un medio metraggio insieme ad una troupe composta da un tecnico del suono e una sceneggiatrice e aiuto regista che insieme a me hanno portato a termine quel video prodotto.

Contattato da una associazione i cui iscritti sono compositori esecutori musicali e cantanti delle loro  opere, abbiamo messo su una storia di fantasia che rappresentasse la vera potenzialità insita in ogni essere umano e le sue straordinarie capacità  di rivelarle. Attraverso vicissitudini individuali e rocambolesche avventure, i quattro personaggi principali si trovano a concludere il loro percorso seguendo e riflettendo sui suggerimenti di una medium che in più occasioni li indirizza verso la propria ricerca interiore.

In questa cittadina si sono svolte tutte le riprese in omaggio al luogo che da anni li vede offrire concerti al pubblico. Il film, è stato costruito con non pochi sforzi grazie anche alla collaborazione di gestori di locali che hanno permesso l’effettuazione delle riprese in interni per far sì che lo svolgimento della storia potesse mostrare più ambienti senza gravare su spese accessorie per spostamenti degli attori altrove.
Le riprese hanno interessato un arco di tempo di 6 mesi nei quali si è lavorato insieme dando forma e ottimizzando i contenuti della storia. Tecnicamente abbiamo dovuto risolvere lo svolgimento della trama indossando abiti primaverili fuori stagione per il protrarsi dei tempi di ripresa cercando di non danneggiare la salute di nessuno. Durante una sessione di riprese realizzata in pieno luglio sotto un sole cocente e il fragoroso rumore delle cicale, siamo stati costretti a ripetere le riprese in una nuova location sempre del paese per risolvere evidenti problemi di audio che avrebbero danneggiato l’uniformità dell’audio.

La decisione di convocare nuovamente gli attori per ripetere nuovamente quella scena è stata presa dopo aver visionato più volte e tentato aggiustamenti proponendo anche di trasformare l’intero film in un prodotto con la sola colonna sonora musicale senza voci, simile ai film memorabili dei primi anni del ‘900 agli albori del cinema.


Quella soluzione di cinema muto che poi non è stata adottata, mi ha spinto a salvare quell’esperimento per un futuro utilizzo che potrebbe stimolare proprio come accadeva una volta, a proiettare il film degli artisti in una sala cinema con palco o sotto palco per i musicisti, sostituendo la colonna sonora con l’esecuzione musicale dal vivo realizzata durante la proiezione del film sullo schermo, creando un impatto di vitalità superiore alla colonna sonora preregistrata.

Ecco il trailer del film realizzato per la sua presentazione in città.

Voglio usare la pellicola! Esiste ancora?

Voglio usare la pellicola! Esiste ancora?

Kodak. Film. No compromise.

Questo lo slogan della casa di produzione di pellicole più famosa del mondo che ancora oggi produce e vende pellicole di tutti i formati.

Quando circa 10 anni fa decisi di riutilizzare alcune cineprese che avevo acquistato, cercai sul web i venditori di pellicole per i miei apparecchi, più vicini a dove abito. Grande sorpresa. Abitando nell’area fiorentina, che non è certo l’area principale preposta alle attività cinematografiche, ho trovato 4 rivenditori ufficiali a Roma, due a Milano e un rivenditore di pellicole di tutti i formati che svolge da tanti anni servizi completi di pulizia, restauro, e vendita di prodotti multi marca alla periferia di Firenze. Quali formati offre? Quello cinematografico, cioè il 35 mm, e il 16 mm, la pellicola 8mm e Super8, colore e bianco e nero. Fra le marche produttrici ci sono Agfa Kodak e Orwo; Marco della Movie & Sound, conosce bene tutti questi prodotti e ne suggerisce l’uso abbinato a cineprese specifiche e circostanze ambientali con grande professionalità.

A Vallina, Firenze, la Movie & Sound offre questi servizi, inoltre permette tramite noleggio di attrezzature di realizzare i propri filmati d’autore come giustamente ci tiene a definirli Marco. Da lui ho approfondito che il tipo di emulsione (la parte del film che viene impressionata) della pellicola Super8 e 8mm, è la stessa di quella cinematografica, solo che viene preparata in tagli più piccoli dai produttori. Significa che usando queste modeste pellicole inserite dentro una vecchia cinepresa degli anni ’70, che permettono di realizzare con una cartuccia di pellicola circa 2 minuti e mezzo di filmato, stiamo facendo CINEMA! Per chi volesse avventurarsi con questi prodotti per diletto o per lavoro, sappia  che le pellicole di piccolo formato hanno gli stessi colori delle pellicole proiettate su grande schermo.

Approfonditi questi discorsi, ho deciso di investire un po’ di soldi nell’acquisto di cineprese 16 mm, ne ho possedute 3, due Beaulieu e una Krasnogorsk per iniziare ad utilizzare questo formato, e altre 6 cineprese Super8, Canon, Bolex, Nizo. Mi è stato spiegato che la pellicola Super8, quando viene convertita in digitale tramite scanner, può essere gonfiata in gergo cinematografico o semplicemente ingrandita, mantenendo sempre una buona risoluzione per essere proiettata su schermi cinematografici, certamente non i più grandi. Per questa vantaggiosa possibilità, c’è chi produce cortometraggi e filmati di una certa lunghezza su pellicola Super8 con spesa modesta riuscendo con il filmato finale ingrandito per il grande schermo a partecipare a concorsi e cinefestival. Certamente la qualità della grana e dei dettagli sarà inferiore per esempio alla pellicola più larga, 16mm che con doppia superficie appartiene già ai grandi formati insieme  alla 35mm ai formati del cinema. Per chi fosse interessato, ci sono diversi concorsi un po’ in tutti i paesi che accettano questo mini formato di pellicola come supporto. In Francia ho saputo di un festival che accetta direttamente la cassetta Super8 ancora da sviluppare che viene proiettata sul grande schermo senza alcun montaggio. I premi vengono assegnati ai prodotti più creativi e la cosa forse più interessante per i produttori è quella di vedere anche loro come gli spettatori del festival in sala, per la prima volta la propria pellicola proiettata senza aver avuto possibilità di controllarla prima.

Alla Movie & Sound decisi di prendere a noleggio una Arri BL 16mm per girare il mio primo documentario in quel formato a colori. L’occasione arrivò per un prodotto di nicchia: un laboratorio orafo, volevo preparare un corto che raccontasse ispirato ai filmati degli anni 60/70, l’arte di fare gioielli con un montaggio finale senza dialoghi né voci; solo una colonna sonora musicale che non creasse distrazioni per accentrare l’interesse sul prodotto visivo. In aggiunta, per facilitare la comprensione non scontata della sequenza di immagini, sotto titoli ispirati al cinema muto degli inizi del ‘900 anche per lo stile delle frasi scritte. Per farsi un’idea dei costi di produzione, potremmo dire che acquistando una cinepresa Canon magari Autofocus come una 514AF XL, che è una delle poche macchine super8 con messa a fuoco automatica, anche su Ebay, e comprando cartucce di pellicola a colori, si può girare un filmato di qualche minuto.

Se ti interessa approfondire l’argomento della pellicola o addirittura sperimentare la pellicola insieme, scrivimi.